OUT OF VOGUE | THE PAOLO BOGGI INTERVIEW |




{English text below}

Interview by Milo Bandini/Irma Vivaldi


ControTendenza - Against The Flow

OUT OF VOGUE

Come il Made In Italy ha perso il suo valore direbbe Dana Thomas; ‘questione di etichetta’, secondo PAOLO BOGGI. Il 'valore culturale aggiunto' ha un prezzo. Elevato.

How ‘Made In Italy” lost its lustre’ to paraphrase Dana Thomas; the augmented cultural value comes with a price tag. According to PAOLO BOGGI a costly one.



Oltre tre anni prima di ‘No Logo’, Sean Blazer con ‘Mercanti Di Moda’ (Processo Agli Stilisti) spiegava le distorsioni derivanti dal culto dell’immagine, i mass media ostaggi della pubblicità, la crisi del tessile e anticipava la questione ‘cinese’. Sean Blazer era lo pseudonimo dietro il quale si celava Paolo Boggi, titolare dell’omonima catena di negozi di abbigliamento. A differenza di ‘No Logo’, ‘Mercanti di Moda’ non ha raggiunto il grande pubblico e l’effetto - potenzialmente dirompente - é rimasto confinato alla cerchia degli addetti ai lavori. Il tempo però gli ha dato ragione e oggi quel libretto al veleno é utilizzato come testo universitario. Abbiamo incontrato l’autore l’indomani della pubblicazione del nuovo libro ‘Poveri Con La Griffe’ ed il suo primo pensiero é stato questo:


Credo che una riflessione sul tessile e sulla moda possa rappresentare una risposta globale alle vostre domande. Io sono stato sempre convinto che un paese in via di industrializzazione - e che quindi deve creare benessere modernizzandosi per competere sempre più con gli altri Paesi - non debba considerare il tessile come industria trainante e primaria, o quantomeno debba lasciare il settore esclusivamente al capitale privato. 

In Italia il capitale pubblico ha invece riversato nel tessile risorse immense, aprendo fabbriche su tutto il territorio, per poi salvarle dallo stato fallimentare con la famosa GEPI. I nodi sembrava che non dovessero mai venire al pettine. Da un lato montava a dismisura un debito pubblico che tuttora costituisce il massimo problema nazionale; dall'altro le svalutazioni periodiche ci consentivano di restituire debiti scontati ed esercitare concorrenza sleale nei confronti degli altri Paesi produttori. 

La Cina era ancora lontana. Per anni arrivarono compratori  internazionali che, favoriti dal cambio e dallo scialacquo nazionale, portarono la Moda italiana nelle vetrine più prestigiose d'America e del mondo. In questo bailamme è fiorita la pianta dello stilista e un Paese creativo come questo ha fatto sì che diventassero celebri sia i veri creativi che quelli fasulli, complice la pubblicità. L'arrivo dell'Euro diede solo un apparente inizio all'emergere di molti problemi, ma si continuava a pensare che la moda fosse una nostra prerogativa. 

La Cina, l'avvento delle grandi catene e sopratutto la crisi del 2007, hanno cominciato a far esplodere ciò che c'era di sbagliato nel sistema. Da un paio d’anni i fallimenti del settore, sia per piccoli che per grandi, aumentano a vista d'occhio. I miei modesti scritti già allora volevano essere una denuncia della mancanza di cultura nella maggior parte dei consumatori e soprattutto della disinformazione, sia individuale che collettiva.


Quali reazioni le sono rimaste impresse in seguito alla pubblicazione di ‘Mercanti di Moda’ (Lubrina Editore 1997)?
Moltissime e positive da parte di chi era interessato a sapere e da tutti i critici verso un certo mondo.


Perché lo pseudonimo?
La pubblicazione di ‘Mercanti di Moda’ doveva essere necessariamente anonima, perché da dentro il sistema qualcuno scopriva gli altarini e sopratutto demoliva il delirio degli stilisti.

In realtà la sua prima avventura editoriale é stata la pubblicazione in versione tascabile della Costituzione Italiana. Come é nata l'idea?
Era un omaggio da tenere sulle casse: se anche un solo cliente ne avesse tratto beneficio, sarebbe stata un’operazione intelligente. In effetti mi ero sempre chiesto quanti Italiani avessero mai letto, o visto, la Costituzione. Un quadro di arretratezza generale: evasione, distribuzione commerciale frammentata e a carattere familiare, falsa cultura che obbliga ad indossare una griffe per sentirsi persona. La disinformazione degli italiani è secolare e condanna il Paese all'immobilismo culturale consegnandolo alla malavita, ai talenti dell'espediente e soprattutto alla guida e protezione degli oltre 950 Santi che la Chiesa gestisce con intelligenza.
In molti anni parecchia stampa nazionale ed estera ha lodato la mia iniziativa. La Costituzione mi fu persino richiesta da alcuni partiti e diverse scuole. E' tutto dire.


Recentemente ha deciso di ripubblicarla in calce a 'Poveri Con La Griffe', ma non ha sortito il medesimo effetto, anzi.
La pubblicazione recente della Costituzione non poteva avere il medesimo successo, perché non sono più a capo di una catena di distribuzione e anche perché la disaffezione alla cosa pubblica da parte dei nostri concittadini si è acuita maggiormente. Lo testimonia il pantano politico nel quale siamo caduti. 

Segno dei tempi quindi.
Quando un gruppo di ragazzini, in quel di Sirmione, sottrae con violenza i risparmi di una ragazza indiana - messi da parte per strappare il fratello alla morte - e con questi soldi va a far shopping di articoli griffati, io non credo che la colpa sia dei ragazzini, ma di quegli operatori che propongono questo carrozzone come un sogno da realizzare. 

Questo flash di cronaca ci deve far riflettere: dobbiamo cominciare ora ad uscire da un sistema economico e sociale che ha fatto danni pressoché irreparabili sull'animo umano. Ha fatto credere che l’uomo debba perseguire la felicità attraverso un consumismo deleterio. Magari delinquere per pagare l’immaterialità che grava sul prodotto. Immaterialità costruita da parte di stampa compiacente, testimonial e pseudo intellettuali.
Milioni di famiglie non dispongono di un libro, ma firmano cambiali per una griffe. Che società siamo? Non si può violentare il consumatore attraverso banali prodotti al punto da indurlo a privarsi di cose utili, indebitarsi o scendere a compromessi, strumentalizzando la sua ingenuità e riempiendogli la testa con modelli devastanti. 

Questa è la ragione del mio insistere sulle distorsioni del sistema Moda che probabilmente sarebbe da criticare anche se i prezzi fossero estremamente convenienti: un oggetto o un abito ci deve appena gratificare ma non ci può astrarre dalla realtà della vita quotidiana. E se proprio abbiamo bisogno di sognare, che questi sogni siano più elevati possibili e confortanti per la mente.


"Integrità dell'essere umano: cinque sensi e un'anima incorporata" é tra i suoi aforismi meglio riusciti.
Parto dal convincimento che l'anima è l'intelligenza, che può essere sviluppata e fatta crescere. Una funzione che il Potere, con la complicità delle religioni, non ha nessun interesse a far capire e spinge l'uomo a nutrirsi di ciò che fa comodo al sistema. 

Oltre che con Alberto Aspesi, chi erano le persone con le quali aveva delle affinità?
Molti industriali che sono stati pesantemente danneggiati dall'avvento degli stilisti. E quella parte di clientela che conosce i valori del prodotto e del risparmio.

Esiste oggi un Paolo Boggi operante sul mercato? E un nuovo Sean Blazer?
Gli argomenti che ho trattato sono sempre stati condivisi da molti giornalisti e scrittori, i quali però non ne hanno mai potuto parlare perché condizionati dagli editori. A questo proposito ricordo un articolo di Giorgio Bocca che deplorava il fatto che non si potesse criticare il mondo della moda perché arrivavano subito minacce di taglio della pubblicità. Sono certo che, con questa crisi e con i necessari cambi di abitudine, questi argomenti dilagheranno.

Nel secondo libro, ‘Un Abito da Leggere’, quando parla di tessuti, colori, accostamenti, si percepisce il suo gusto e la sua conoscenza. Per non dire degli aneddoti: penso ai 20 mq di tessuto per famiglia che Ghandi autorizzava a produrre e che garantivano una sussistenza dignitosa, o anche alla cravatta realizzata con il tessuto destinato ai grembiulini per bambini. Le é rimasto qualche scritto nel cassetto, ne scriverà ancora, oppure é un capitolo chiuso?
Non è da escludere che scriva ancora di abbigliamento e tessile in Italia, soprattutto facendo rilevare come il vestire in Italia sia esattamente lo specchio di un popolo che affida all'apparenza la propria reputazione, confondendo l'apparire con l'essere.

Cos’ha pensato quando ha letto ‘No Logo’ di Naomi Klein?
Mi ha fatto riflettere sul fatto che molti mali del mondo li creiamo noi, caricando i prodotti di un’immaterialità che è devastante. Il prodotto  non serve più ad assolvere a un fabbisogno, ma crea differenze sociali che aprono la strada a speculatori e sacerdoti dell'immagine.

Leggendo il programma di "Milano Fashion City" parrebbe che le polemiche del febbraio scorso, generate dalle richieste di Anna Wintour, siano solo un ricordo. Unità ritrovata o marketing?
SOLO Marketing. E conflitti d'interesse.





ON A SIDE NOTE

G.E.P.I.
Società per le Gestioni e Partecipazioni Industriali.
Era una finanziaria pubblica a capitale misto nata nel 1971 il cui compito istituzionale era il risanamento di aziende private in difficoltà. In teoria. In pratica l'attività si é tramutata spesso  in puro assistenzialismo. Frequenti gli interventi nel settore tessile, sebbene la vicenda più nota riguardi lo spropositato finanziamento concesso a Innocenti e Maserati all'epoca gestite da Alejandro De Tomaso. Storie del secolo scorso, ma sempre attuali.


Giorgio Bocca
L'articolo a cui si fa riferimento é intitolato 'L'anima del commercio' e fa parte del libro 'Il padrone in redazione' (Sperling & Kupfer, 1989). Si parla di giornalisti e di mutazioni nel mondo dell'informazione in seguito all’avvento di massicci investimenti pubblicitari.  Il capitolo in questione é particolarmente efficace nell'elencare le differenze tra giornalisti ante e post 'grande svolta spettacolar-pubblicitaria'. Sorprendente annotare le similitudini con l'attualità. Meglio, nulla é cambiato se non per un singolo dato: l'Italia non é più il quinto Paese più industrializzato al mondo. Che esista una connessione?



Un Abito da Leggere
Franco Angeli Editore - 2006
Una bellissima autobiografia che alterna con ritmo incalzante momenti privati e vita professionale. Capitoli brevi, incisivi, sarcastici, amari, dissacranti.
Tra le molte vicende, 'Un Abito Da Leggere' svela l'identità di Sean Blazer.
Serve una ristampa.



Paolo Boggi, a destra, insieme al saxofonista romano Stefano di Battista. Boggi é un grande appassionato di musica jazz, tanto da aver organizzato tre edizioni del festival 'Elba Jazz' di cui ricorda: "Era un progetto grandioso che avrebbe lanciato Marciana Marina, un minuscolo paesino dell'Isola, a livelli europei. Purtroppo i politici e i corti di mente mi hanno costretto a smettere, rinunciando a capitali e progetti".
I progetti a cui Boggi si riferisce sono Elba Jazz Contest per scoprire nuovi talenti e soprattutto Elba Jazz Kids Orchesta, una big band composta da bambini di età compresa tra 6 e 14 anni.


***



More than three years before 'No Logo', Sean Blazer wrote 'Merchants of Fashion' (Designers On Trial), a book where he details the misleading beliefs arising from brand-obsession behaviours, advertising's tricks, the crisis of the textile industry and the 'Chinese' problem before everybody thought there was one. Sean Blazer was the nom de plume of Paolo Boggi, owner of the successful clothing store chain bearing the same name. Unlike 'No Logo', 'Merchants of Fashion' didn't reach the mass market, but time proved him right and now this book is a textbook (see Made In Italy. A controversial history). We met the author right after the publication of his latest book 'The Poor With Luxury Brands. Compulsory Luxury And The Return To The Inherent Value' and the first thing he said was:

First of all, I think a reflection about fashion and the textile industry can be useful. I'm convinced that a developing Country, in order to compete with other Countries, cannot consider the textile industry as a driving force. Or should be let to the private sector at least. On the contrary, starting from the 70’s, in Italy the public sector poured huge resources into textiles, opening factories throughout the Country and later saving them from bankruptcy through the infamous G.E.P.I. 

We got a huge public debt, that is still the greatest national problem, recurring devaluations allowed us to repay debt with a discount and to practice unfair competition towards other Countries. China was not a problem. Not yet. For years, international buyers came, tempted by the weak Lira and brought the Italian fashion all over the world. 

In this bedlam situation the fashion designers flourished; in a Country where creativity reigns both the good designers and the phonies got center stage thanks to massive advertisements. Something changed with the Euro but we kept on thinking that fashion was an Italian entitlement. 

Then China, big retailers, and most important, the 2007 crisis revealed what was wrong within the system. In the last couple of years we saw an increasing amount of bankruptcies in this sector, both for small and large companies. My writings were a cry for help from an insider. A lament for the lack of culture and informations among consumers and society at large.

What kind of reactions followed 'Merchants Of Fashion' (Lubrina Editore, 1997)?
Favorable reactions from those with an open mind.

Why the pseudonym?
It was necessary because I was an insider digging dirt and showing the fashion designer's delusions of grandeur.

Actually your first publishing venture was the paperback edition of the Italian Constitution. How you came up with the idea?
It was a gift for my customers: even if just one single client had benefited from it, I would consider it a success. I wondered how many Italians had ever read, or seen, the Constitution. It was a very bad scenario: tax evasions, family-run and fragmented trade. Fake cultural rules required people to wear a luxury brand in order to feel normal. The misinformation of the Italians is legendary and it makes them vulnerable to the underworld and the power of Church. Over the years both domestic and foreign press had praised my idea. The Constitution was even required by some political parties and a few schools. Go figure.

You decided to reprint it at the end of your latest book 'Poveri Con La Griffe' (The Poors With Luxury Brands)but the feedback has not been the same.
No, it couldn't have been. I'm no longer in charge of the Boggi clothing chain. Also because our society is in bad shape. Look at the political swamp we are in.

Sign of the time.
It was in the press: a bunch of kids stealing an Indian girl's savings in order to go shopping for fashion items. I don't think it's kids' fault. It's the fault of those who sell the dream of fashion. This is a piece of news we need to think about: it's mandatory to escape this frame of mind that lead society to think happiness is up for sale. Commit a crime to buy luxury items? By the way, items not even worth that kind of money. It was all hype from controllable press and dummy intellectuals.
Millions of families without a single book in their house but a stack of bills signed in order to buy luxury goods. What kind of society we live in? You can't rape customers. You can't make them believe: fashion first and then all the rest. That's why I keep on going about the fashion-oriented society. Fashion should be criticized even if prices were affordable. An item or a suit can be rewarding but cannot become our life. Escape from la-la land and If you really need to dream go after some noble aspirations.

"Integrity of the human being: five senses (soul included)” is a great aphorism.
My belief is: the soul is the intelligence. It can be developed, it can grows. The powers that be - and religion - want you numb and dumb.

In your book you name Alberto Aspesi. Were there other people you had affinities with?
Many entrepreneurs heavily damaged by the fashion designers. Also the customers with an understanding of the real value of things.

Is there a new Paolo Boggi out there on the retail market? And a new Sean Blazer?
The topics I have dealt with have been shared by many journalists and writers. But because of their publishers, it was a dead end street. Actually I remember an article by Italian journalist Giorgio Bocca who reported that no one could criticize the fashion system without risking a cut in advertising. Nevertheless I am sure that thanks to the ongoing crisis, and the consequential change of habits, these issues will be all over.

In your second book, 'Un Abito Da Leggere' when you wrote about fabrics, colors and advices we perceive your good taste and expertise. Not to mention the anecdotes: the 20 square meters of fabric each family in India was authorized to produce; a Gandhi decision that allowed the Indians a dignified existence. Or the tie made a the fabric in fact produced for children aprons. Are you going to write some more or is it done & dusted?
I think I'll write some more about clothing and the textile industry in Italy. I want to point out how dressing up in Italy is mirroring our society. Brand-oriented instead of human being-oriented.

What was your reaction after Naomi Klein’s 'No Logo' came out?
It made me think that we create all the evil in the world. We give a product a quality that is not there. The product doesn't fulfill a need. Instead it creates social differences that open up the way for speculators and trend setters.

Looking at the 'Milan Fashion City' program, it seems the last February's chaos (thanks to Anne Wintour's demands) is long forgotten. Everything is back to normal or is it just a marketing plan.
ONLY marketing. And conflict of interests.




ON A SIDE NOTE

G.E.P.I.
Society for Industrial Administration and Investments.
It was a mixed-capital public holding founded in 1971 whose task was to manage and to restructure private companies in bad shape. In theory. Actually it was welfare. The textile industry was a favorite, although the best known story was about  the huge funding received by Innocenti and Maserati at the time managed by Alejandro De Tomaso. Stories from the last century that still sound fresh.

GIORGIO BOCCA
The article’s title is 'The soul of the Trade' and is part of the book 'The owner at the newspaper HQ' (Sperling & Kupfer, 1989). Bocca wrote about journalists and media transformations due to the huge marketing budgets poured to mass media. Then he explains the differences between journalists who adapt to the new religion (advertising first and foremost) and those who don't. Still up to date. In fact, nothing has changed: all the facts are true today except for one little detail: Italy is no longer the fifth most industrialized country in the world. Is there any connection?


Un Abito da Leggere
Franco Angeli Editore - 2006
A wonderful and fast-paced autobiography. The author share private moments and professional life. Chapters are short and the writing is harsh, ironic/sarcastic, bitter and even flippant.
Among other things, the book reveals the true identity of Sean Blazer.
A new edition is much needed.


Paolo Boggi (right) with the Italian sax player/band leader Stefano di Battista. Boggi is a big fan of jazz music. He was the promoter of three editions of the 'Elba Jazz' festival, about which he says: "It was a big project that would have launched Marciana Marina, a tiny village on the Elba island, under the spotlight. Unfortunately local politicians and shortsighted people forced me to quit and doing so they gave up funds and projects."

The projects were 'Elba Jazz Contest', to discover new talents, and the 'Elba Jazz Kids Orchesta', a big band composed of kids between ages 6 and 14.

 

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