CALZATURIFICIO BORRI: HOW THE MADE IN (THE KINGDOM OF) ITALY WAS ACHIEVED

Intervista alle ex operaie del CALZATURIFICIO BORRI 
Testo raccolto da Nicoletta Bigatti*


L'ALTRA FATICA by Nicoletta Bigatti
(Guerini E Associati - 2008)



Nell'ambito delle interviste da noi realizzate, abbiamo ascoltato anche la voce di due ex operaie di questo stabilimento, che ci hanno fornito alcuni dati interessanti.

Molti indubbiamente sono, nei loro racconti, i punti in comune con le lavoratrici delle grandi fabbriche tessili: anche al Borri si veniva assunte con i libri in regola, a partire dal quattordici anni (per entrambe le signore l'ingresso in fabbrica risale al 1936); 

"avevamo un parente che lavorava dentro, così è stato più facile essere assunte: sapevano che operai prendevano. Al Borri senza un appoggio era difficile che ti prendevano: volevano gente onesta e lavoratrice".  
Ermelinda

Analogamente alle aziende tessili, poi, le bambine iniziavano con occupazioni più semplici, che in questo caso consistevano nel fare le spolette per le macchine (di colore diverso, a seconda delle cuciture richieste dalla calzatura), girare i reparti per segnalare mancanza di materiale o trasmettere comunicazioni, molare i coltelli per il taglio della pelle. Il periodo di apprendistato variava a seconda del tempo necessario per imparare le proprie mansioni.

La fabbrica ospitava personale maschile e femminile, a detta delle intervistate equamente ripartito. Con una rigida suddivisione di ruoli: agli uomini spettavano il taglio della pelle, il montaggio della calzatura e il finissaggio, le donne invece erano incaricate del lavoro sulle tomaie, con i moderni macchinari cui prima si faceva cenno. 

L'attività femminile si svolgeva in una grande sala, e ogni fase di lavorazione della tomaia doveva rispettare tempi rigidissimi, per evitare che l'addetta alla fase successiva restasse inoperosa. Ecco come Ermelinda descrive i tempi contingentati della giornata in fabbrica e la quasi totale impossibilità di permettersi attimi di distrazione:

"Neanche per andare al gabinetto potevamo fermarci: lavoravamo una vicina all'altra, perciò bisognava fare in fretta, come una catena di montaggio. Se si andava via bisognava sbrigarsi, si doveva avere occhio per tornare in tempo. Per scambiare due parole dovevamo farlo di nascosto; mi ricordo che ogni tanto qualcuna comprava la focaccia e ce la passavamo, un boccone a una, uno all'altra, sempre di nascosto... 
Mi ricordo che una volta hanno chiamato delle persone che cronometravano il lavoro: si mettevano vicino e calcolavano il tempo che serviva per un certo lavoro. Ma il tempo non si poteva calcolare: poteva capitare che si rompeva il filo, o la cinghia della macchina... in una giornata questi inconvenienti capitavano…"

L'urgenza dei ritmi di produzione veniva vissuta come uno degli aspetti più negativi del lavoro: per il resto il rumore era limitato, gli incidenti rari e l'odore delle colle e delle vernici appariva un inconveniente abbastanza tollerabile.

In modo molto più negativo le intervistate ricordano la disciplina rigidissima che vigeva in azienda:

"Avevamo la maestra che controllava il lavoro; ma soprattutto c'era lui, il Borri (il "sciur" Ambrogio, poi c'erano gli altri due figli, Enrico e Carlo): se capitava che si voleva dire due parole e arrivava lui... guai. Capitava sempre all'improvviso e poi magari stava lì mezz'ora andando su e giù con la maestra. 
Controllava tutto il giorno, insieme con la mamma, la signora Rosa, che aveva fondato col marito lo stabilimento. Se qualcosa non andava bene lei si metteva dietro, e noi con dietro lei che guardava non eravamo più capaci di lavorare.. . una paura!"  
Ermelinda

"Ti dicevano: se non lavori, là c'è il cancello... e noi tacevamo perché avevamo bisogno."  
Rosa

Ermelinda trova anche un'altra giustificazione alla remissività con cui le operale accettavano atteggiamenti severi e imposizioni:

"Stavamo tutte buone anche se i padroni erano severi: eravamo dominate sul lavoro come eravamo dominate in casa".

Una condizione femminile di generale sottomissione che faceva vivere la fabbrica come naturale proseguimento della vita in famiglia. Ermelinda non avrebbe potuto essere più chiara.



* Tratto da: L'ALTRA FATICA - Lavoro femminile nelle fabbriche dell'Alto Milanese 1922-1943
di Nicoletta Bigatti - [Guerini E Associati - 2008]. Per gentile concessione dell'autrice.



CALZATURIFICIO BORRI
I N D E X


Calzaturificio Borri
Inside The Factory



From an interview with two former workers of the Borri plant. By Nicoletta Bigatti. Courtesy of the author.


Ermelinda: 
"No way you could stop to go to the toilet: we used to work side by side, so you had to be quick, like an assembly line. If you had to go away, you needed to hurry up and be back on time.

Chatting wasn't allowed. Sometime it happened that one of us bought a cake and we had to pass it along just one morsel at a time, always in secret ... 
I remember one time they called some people to time our work: they were next to us checking the time to make a certain operation. But time couldn’t be calculated; a break could happen anytime, it might be a wire or the machine belt ... in a day's work it was the norm ... "

"We had a master who controlled the work, but above all there was Mr. Borri (the "sciur" Ambrogio, then there were two other sons, Enrico and Carlo). He used to show up unannounced and then he stayed there half an hour going up and down with the master.

He used to check on us throughout the day, along with his mother, Mrs. Rosa, who had founded the factory with her husband. She used to stand behind us and - with her controlling from behind - we were no longer able to work .. . scary!"

Rosa:
"They used to say: it's our way or the highway ... and we remained silent because we needed the job."


* Ta
ken from: L'ALTRA FATICA - Female work in the Milan's northside factories 1922-1943 by Nicoletta Bigatti - [Guerini E Associati - 2008]. Published with permission of the author.


 

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