“MADE IN ITALY” 40 YEARS AGO

Nel 1970 c’era ancora il Mec e la UE era lontana a venire, ma già allora nelle classifiche europee l’Italia tendeva a collocarsi in zona maglia nera.
IRMA VIVALDI


1969 | Lario


In quell’anno ad esempio un’indagine all’interno dei paesi del Mec aveva rivelato l’Italia all’ultimo posto per consumo di calzature procapite (un paio all’anno). Ci si chiedeva quali fossero le ragioni. Troppo care? Eccessivamente legate alla moda?

La rivista Foto Shoe organizzò una tavola rotonda per dibattere sulla scarsità dei consumi calzaturieri. Invitati a parlarne furono Luigi Frazzini di Upim ed Elio Fiorucci (in qualità di esponenti di due diverse tipologie di negozi di moda), il designer di calzature Armando Pollini e Giuliano Saibene del calzaturificio Lario in rappresentanza dei produttori di calzature.



1969 | Foto Shoe # 0


La questione - in virtù delle polemiche generate - era destinata a trascinarsi a lungo.

Frazzini imputava la colpa agli alti costi, che a loro volta derivavano dalla mutevolezza della moda: questa toglieva la possibilità di lavorare su larga scala ed esponeva i commercianti al rischio di giacenze appena una tendenza finiva.



Elio Fiorucci


Rispondeva Fiorucci, rimproverando i commercianti per i loro alti ricarichi e rincarava la dose Pollini, accusandoli di non saper comprare bene.
Ma l'argomento destinato ad accendere maggiormente gli animi era su quale tipo di direzione avrebbe dovuto seguire la produzione italiana:

- materiale sintetico o naturale?

- produzione industriale o qualità artigianale?

- produrre secondo i veloci dettami della moda significava la fine della qualità?


Giuliano Saibene | Lario


Per Giuliano Saibene, storico calzaturiere comasco, la priorità doveva essere conservare la connotazione di elevati standard qualitativi per la produzione italiana; d’altra parte ai tempi mancava la possibilità di aumentare la produzione: in Italia non c’era manodopera sufficiente.

Fiorucci e Pollini sostenevano che in realtà c’erano ampi margini per coniugare produttività e contenimento di costi con i dettami della moda, come stava accadendo in quegli anni nell’abbigliamento, con l’avvio della produzione in serie.

C’era la possibilità di produrre una calzatura valida - grazie all’automatizzazione dei processi produttivi - che poteva ovviare anche alla carenza di manodopera. Sia Fiorucci che Pollini sostenevano la diffusione dei materiali alternativi a pelle e cuoio, meno cari e quindi destinati ad aumentare i consumi, affermando che il consumatore sarebbe stato più interessato alla funzionalità e alla forma, che al materiale. Bisognava quindi dare più spazio al design. 

Pollini in quegli anni era coinvolto in prima persona in questo processo, in quanto designer per una serie di calzaturifici in linea con i principi che aveva esposto (tra cui New Team di Varallo Sesia, Gaby di Alseno, Pam e Adamello di Arona, Ceolin).



Armando Pollini


Da una parte l’industria chimica che produceva il sintetico era vista come più flessibile a livello produttivo e più pronta alla sperimentazione sulle richieste dei designer per forme e colori. Le concerie erano accusate di non garantire altrettanta flessibilità, quindi il sintetico era visto con favore dai seguaci delle tendenze della moda.


1970 | New Team by Armando Pollini


Dall’altra parte si diceva che solo il pellame poteva garantire una qualità speciale. Ma richiedeva un’abilità artigianale ed un’eccellenza di lavorazione, che erano il vero elemento differenziante fra quel tipo di calzatura e quella prodotta in serie, in maniera indistinta dall’Italia al Giappone (oggi sarebbe la Cina). Solo il prodotto di un certo livello qualitativo era quello che poteva garantire l’identificazione “made in Italy” e quindi essere interessante per l’export.

La polemica nel periodo successivo si accentuò e coinvolse altri attori: esponenti dell’industria calzaturiera ed altri designer, come Nick Spiccia e soprattutto Salvatore Deodato, che si schierò decisamente dalla parte di Saibene e incarnò con la fantasia delle sue creazioni la risposta pratica alle accuse di rigidità produttiva mosse dalla fazione opposta.


1970 | Renzi by Salvatore Deodato


Ma furono soprattutto Pollini e Saibene a portare avanti la querelle spostandosi su diversi livelli.

Sul piano sociologico, il profetico Saibene si scagliava contro l'incalzare del  consumismo che pochi anni dopo sarebbe esploso in maniera incontrollata. Presagiva gli effetti del fast fashion sulla svalutazione del prodotto, già obsoleto dopo una stagione e quindi deprezzato, da svendere a saldo, con perdita di margini e problemi di gestione da parte della distribuzione.

Gli rispondeva Pollini in nome della democratizzazione del sistema, che avrebbe aperto le porte della moda anche a chi non aveva a disposizione i mezzi per gli standard dell’epoca.

Sul piano estetico si divisero i cultori del gioco legato al fluire della moda contro i sostenitori del buon gusto e dell’eleganza: due baluardi contro la cultura dell’effimero e del popolare, stimolata e soddisfatta anche col ricorso alla bassa qualità dei materiali.

Ci furono tentativi di mediazione fra le posizioni e va detto che col tempo alcuni dei contendenti svilupparono posizioni diverse, in alcuni casi addirittura opposte a quelle originarie.

Non possiamo dire come andò a finire, anche perché la questione in fondo è ancora oggi di grande attualità.


 

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